domenica 30 settembre 2012

Verso il Laos

[Cina]  Come arrivare in India?

Ci sono due modi per arrivare in India via terra dalla Cina, visto che i confini tra questi due stati sono chiusi: la prima è attraverso il Tibet e poi Nepal, ma come abbiamo detto è impossibile perché il Tibet è completamente chiuso ai turisti; la seconda, fattibile, è attraverso il Pakistan, ma non essendo partiti con il visto pakistano da casa bisognava farlo per strada, con attese di 10 o 15 giorni in una capitale. Abbiamo comunque già fatto questo percorso pakistano e ci sembrava assurdo aspettare così tanto tempo per ripercorrere la stessa strada. Così non rimane che il volo aereo. In Asia, il posto più economico dove prendere un volo è Bangkok (86€ fino a Calcutta) e per arrivarci passiamo attraverso il Laos.Tutto questo comporta il ritardo di una settimana rispetto ai tempi previsti inizialmente. Per la ricerca del volo abbiamo utilizzato il portale www.skyscanner.it utile per qualsiasi aeroporto del mondo.

Oggi
A Kunming ci svegliamo tardi e visto che siamo andati a letto senza cena ci facciamo una bella colazione nel bar annesso. Sono isole felici questi ostelli, oltre a trovare del cibo occidentale il personale parla inglese e può consigliarti o prenotarti i trasporti per la meta successiva. In città grandi come questa sarebbe veramente molto complicato fare altrimenti. Gli ostelli non hanno mai la colazione inclusa nel prezzo (in Kirghizistan invece c’era sempre), ma dispongono sia di letti in camerata che di decenti camere doppie con bagno, quelle che vanno bene a noi.

Chiediamo alla reception di prenotarci il bus per una zona a sud dello Yunnan dove ci sono i terrazzamenti, impossibile, tutto pieno fino a domani pomeriggio e non si sa se c’è posto per il ritorno. Inoltre non abbiamo una sistemazione per la notte perché qui è tutto prenotato, anche nei dormitori; è così in tutti gli alberghi della Cina. Il problema è la già citata Festa della Repubblica cinese del primo ottobre, che in realtà dura una settimana; in questo periodo tutti i cinesi si muovono e invadono mezzi pubblici e hotel, facendo triplicare i prezzi di quest’ultimi.
Visto che il tempo rimane brutto decidiamo di andare verso il Laos, fermandoci nei villaggi prima del confine dove vivono varie etnie. Troviamo uno sleeping bus che parte in serata e arriva a Janghong alle 5 di mattina. Così abbiamo trovato anche una sistemazione per la notte.

Risolto questo problema facciamo un giro per la città di Kunming visitando i suoi templi, il mercato dei fiori e comprando delle castagne, cotte, come si fa da noi, fuori dai negozi. Le mangiamo mentre osserviamo stupiti il loro metodo di cottura: sul fondo della pentola ci sono dei piccoli sassi neri, probabilmente per evitare che si brucino a diretto contatto con la pentola, e il tutto viene oliato, come fosse un piatto da servire. Così ci si sporca le mani d’unto invece che di nero. Nel pomeriggio facciamo un giro nel Parco del Lago Verde come sempre invaso da cinesi che passeggiano e che ballano in cerchio. Questa è una vera e propria passione per loro: uno mette lo stereo per terra a tutto volume e intorno si forma un gruppo di venti o trenta persone, di tutte le età, che ballano insieme.

Le strane tradizioni dei Mosu, di cui parla anche Marco Polo
I Mosu sono forse l’etnia che più rappresenta le tradizioni matriarcali delle popolazioni dello Yunnan. Le loro usanze prevedevano un atteggiamento molto flessibile riguardo ai rapporti sentimentali e infatti non esistono termini mosu che indichino concetti quali il matrimonio e la verginità, né parole che significhino marito e moglie. Il sistema dell’”amico maschio” consentiva ad una coppia di avere una relazione anche senza vivere insieme; l’uomo trascorreva le notti nell’abitazione della donna, ma il giorno seguente tornava  a vivere e lavorare nella casa della sua famiglia. I figli nati dalla coppia crescevano con la famiglia della madre ed erano allevati da lei insieme alla nonna e alle zie. Il padre forniva il proprio sostegno economico, ma non veniva attribuita alcuna importanza al riconoscimento della paternità e il cognome veniva tramandato dalla madre. Le donne ereditavano tutte le proprietà e le dispute venivano giudicate da anziane di sesso femminile. Questo sistema tradizionale fu soppresso durante la Rivoluzione Culturale, ma alcuni elementi sopravvivono ancora oggi.
Vuoi un abbraccio? (tempio buddhista)
La scrittura cinese ha il suo fascino
Terrazzamenti a sud della Cina

sabato 29 settembre 2012

Il monsone a Kumming

[Cina]  Partiamo da Lijiang di mattina presto mentre ancora piove, diretti a Dali, per visitare questa città sul lago e le sue famose pagode bianche. Per strada scendiamo prima, a Jiangwei, dove c’è un mercato pieno di donne Naxi, è un vero peccato che non ci sia il sole. Proseguiamo per Dali dove ci fermiamo solo mezza giornata, il tempo necessario per vedere le tre pagode bianche e la città vecchia cinta da mura larghe come la Grande Muraglia su cui ci si può camminare sopra. Con una giornata così grigia non c’è motivo di noleggiare la bici per fare il giro del lago, alle 16.30 prendiamo il bus per Kumming. 

La capitale dello Yunnan è enorme con ben cinque stazioni di autobus a lunga percorrenza. Arriviamo a sera tardi alla stazione ovest, 25 km dal centro, e prendiamo un taxi che ci porta alla guesthouse. E’ quasi mezzanotte. Vado pazza per queste corse in taxi di notte tra le grandi arterie, il traffico che mi circonda e i grattacieli illuminati che si avvicinano.

Nella guesthouse c’è la disponibilità di una sola stanza singola. A quest’ora non è il caso di riprendere la ricerca di un hotel, siamo stanchissimi e abbiamo mangiato poco, meglio dormirci sopra. Il letto a una piazza va benissimo e poi questo è il posto giusto dove chiedere delle informazioni per continuare il nostro viaggio ed eventualmente comprare i biglietti senza perdere diverse ore andando alla stazione, non tutti gli alberghi lo fanno.

Sul piano della nostra camera c’è un bar con luce soffusa, bella musica e gente da tutto il mondo con di fronte il piccolo portatile, o intenti nella lettura, tutti sparsi tra le grandi poltrone. Beviamo una birra, la canzone di Bob Dylan “Mister Tambourine Man”, mi fa sentire un po’ a casa. Aggiorniamo il blog e andiamo a letto.

Domani speriamo ci sia il sole, siamo stufi di questa coda del monsone estivo che rende il cielo cupo e incute tristezza.

Dove siamo nello Yunnan.

Venditore di false banconote bruciate dai fedeli per garantirsi 
un passaggio sicuro attraverso le porte dell’inferno.
Il cibo, la grande passione dei cinesi

venerdì 28 settembre 2012

Lijiang sua piccantezza

“In quale altro luogo del mondo si trova uno
scenario paragonabile a quello che attende
l’esploratore e il fotografo nella zona nord-
occidentale della provincia dello Yunnan?”
Joseph Rock, 1928

Lo Yunnan è cambiato molto dai tempi di J. Rock, più che il tempo ha inciso la disastrosa Rivoluzione Culturale delle Guardie Rosse di Mao che hanno fatto razzia di idee, cultura, tradizione e abitudini, uccidendo parecchie migliaia di persone e distruggendo oltre la metà dei templi di questa regione. Sono rimasti ancora molti gruppi etnici ma stanno perdendo molto della loro autenticità in onore della nuova febbre di ammodernamento e di ricostruzione che sta colpendo la Cina.

Se si aggiungono a questo tre giorni di cattivo tempo, il quadro diventa deludente, e belle città come Lijiang e Dali perdono molto del loro fascino. La stagione dei monsoni doveva essere finita, secondo i meteorologi, ma qui continua a piovere. Per fortuna ogni tanto esce il sole e i colori riprendono subito forma. A Lijiang giriamo per il mercato vecchio e ci stupiamo nel vedere cinesi in giacca, probabilmente in una pausa di lavoro, mangiare avidamente vermi e cavallette. Ci viene il dubbio che siano proprio buoni e forse dovremmo provarli, invece optiamo per delle ottime castagne stranamente arrostite usando dell’olio. Una castagna appena cotta scoppia in bocca a Paola, per fortuna se la cava solo con tanta paura e una scottatura.

In giro per il mercato ci sono diverse donne Naxi, discendenti da tribù tibetane, forse il gruppo etnico più numeroso dello Yunnan. Fino a prima della Rivoluzione Culturale avevano una società matrilineare che si rispecchia tutt’ora nel linguaggio dove le parole femminili rafforzano il concetto, mentre quelle maschili lo sminuiscono, per esempio: l’unione delle parole “pietra” + “femmina” significa macigno, mentre “pietra” + “uomo” significa ciottolo. Più di mille anni fa i Naxi crearono una lingua scritta che si serve di oltre 1300 pittogrammi ed è l’unico idioma geroglifico in uso ancora oggi.

Dopo il mercato andiamo in stazione a prendere il biglietto del primo bus per Dali di domani mattina. Il modo per muoversi in città è sempre lo stesso, ingrandiamo con lo zoom del Kindle la parola cinese relativa alla stazione che ci interessa e la mostriamo al conducente; se lui non conosce il mandarino andiamo in giro per il bus in cerca di qualcuno che sappia leggerlo…e diventa una caccia al tesoro.

Al ritorno, in bus, incontriamo una ragazza tedesca che sta viaggiando in Cina da sola. Quando le chiediamo se abbia mai avuto problemi ci dice che in questo paese si gira benissimo e si sente sicura, mentre ha avuto diversi fastidi in India perché gli uomini pensavano fosse disponibile, in quanto sola. Ci stupisce quello che dice dell’India e concordiamo con lei che qui si respira aria di sicurezza e tranquillità.
Per cena proviamo un ristorante cinese vegetariano scegliendo noi le verdure, ma le spezie le scelgono loro…abbiamo mangiato con le lacrime. Tutta la cucina dello Yunnan è molto, molto piccante. Sua piccantezza vive qui.

Al mercato con la pinzetta tolgono
i peli al muso del maiale.
 
Lijiang di notte.
Le donne Naxi indossano bluse
ricamate in vivaci colori e motivi floreali.
 

giovedì 27 settembre 2012

Intorno a Shangri-La

Senza uscire si può conoscere il mondo intero.
Senza guardare dalla finestra, si possono conoscere le vie del cielo.
Più lontano si va, meno si impara.
Laotzu, Tao Te Ching  (poeta cinese)

E’ chiaro che Shangri-La non ci piace, anche se dobbiamo rassegnarci: usciti dai circuiti poco battuti, dove il turisti cinesi non sono ancora arrivati, ogni attrattiva turistica è una Disneyland, creata proprio per il turismo interno che possiamo ipotizzare in un rapporto di 100 a 1, cioè 100 turisti cinesi per ogni turista straniero. Arrivano generalmente in gruppi, con tanto di corriera e guida urlante, e invadono tutto parlando a voce alta. In due cose i cinesi hanno delle affinità con gli italiani: la corruzione dilagante e il fatto di sbraitare ovunque, soprattutto se stanno parlando al telefono in bus o in treno.

Così prendiamo la bici a noleggio e usciamo dalla città con un foglietto in tasca dove ci siamo fatti scrivere la destinazione in cinese, lago Napa Hai, anche se serve a poco perché in tutte queste zone vicino ai confini del Tibet e del Laos si parla una lingua locale, malgrado il mandarino venga insegnato a scuola. Così, non solo devi interpretare le loro indicazioni, se ti dicono che manca un chilometro, sono almeno cinque, ma devi anche individuare una persona giovane o colta nella speranza che conosca il cinese. Se poi quelli a cui chiedi informazioni sono in gruppo è finita, cominciano a parlare tra di loro della tua destinazione e non finiscono più. Alla fermata del bus mostriamo il nostro biglietto ad una ragazza che si consulta con un giovane poco distante da lei, vanno avanti cinque minuti a discutere, senza badarci…forse sta nascendo una storia d’amore?

Tra i gas di scarico dei camion, strade superveloci e zone industriali, riusciamo finalmente ad arrivare al lago, una bellissima zona di campagna a 3400 metri di altezza. I contadini stanno arando la terra utilizzando gli yak e le donne della minoranza tibetana Pumi, con il loro caratteristico cesto sulle spalle, raccolgono le ultime spighe di grano rimaste nel campo. Altri raccolgono il fieno sistemandolo su dei trespoli di legno posti in mezzo ai campi o nei cortili delle case. Il paesaggio è molto bello con le alte montagne sullo sfondo e  mandrie di cavalli e yak che pascolano liberi. Mentre torniamo ci attraversa la strada una scrofa di cinghiale con i suoi piccoli.

Lo Yunnan è una delle regioni più belle della Cina e oltre alla presenza di paesaggi mozzafiato e monasteri tibetani, vanta la più grande concentrazione di minoranze etniche di tutto il paese: Dai, Naxi, Tibetani, Mosu, Lisu e Pumi. Gli uomini generalmente vestono all’occidentale, mentre le donne hanno i loro vestiti caratteristici che cambiano forma e colore a seconda del gruppo a cui appartengono. Le donne Bai e Pumi di questa zona raccolgono i capelli in una treccia, che avvolgono in uno chignon sulla nuca e coprono con cappelli coloratissimi.

La caratteristica comune di tutte queste minoranze risiede nell’importanza della donna nella società, che è generalmente superore a quella dell’uomo, alcune sono vere e proprie  società matriarcali. Un’usanza particolarmente interessante dei Bai è quella della “corsa dei cuscini”. Durante la cerimonia del matrimonio, lo sposo e la sposa si allontanano per recarsi alla casa nella quale abiteranno; poi dalla soglia corrono verso la camera da letto: il primo che afferra i cuscini sarà colui (o colei) che detterà le regole in casa.

Tornando dal lago facciamo una bella deviazione tra mandrie di yak e strade di campagna per raggiungere il monastero tibetano più importante di tutta la Cina sud-occidentale, risale a circa 300 anni fa e ospita oltre 600 monaci. E’ in una splendida posizione, arroccato sulla montagna. Oltre ai templi ospita le case dei monaci, un vero e proprio villaggio. Prima di tornare in città percorriamo il kora intorno alle mura del monastero, è cosi grande che impieghiamo quasi un’ora. Dopo le sei di sera la temperatura scende velocemente, arriviamo in città infreddoliti ma in tempo per concederci degli spiedini di funghi e melanzane nei chioschi della piazza principale. Alle 20, come ogni sera, comincia la musica sparata da grandi altoparlanti e tutti, turisti e locali, riempiono la piazza danzando.

La bella zona di campagna nei dintorni di Shangri-La.
Donne dell’etnia Pumi con i loro cesti sulle spalle.
Yak che trainano l’aratro.
Il monastero Ganden Sumtseling.

martedì 25 settembre 2012

Shangri-La distrutta dal mito



Da Litiang siamo partiti con un pulmino verso Xiangchemg, una brutta città la cui unica attrattiva è il bel monastero sulla montagna e i monaci che girano spediti in moto. Questa è una tappa obbligata per prendere l’unico bus di nove ore per Shangri-La che parte la mattina successiva.

Nei due trasferimenti abbiamo viaggiato sempre tra alte montagne con torrenti e vallate molto belli. I colori sono quelli che si preparano all’autunno con macchie di giallo e rosso tra la fitta vegetazione. La strada, in gran parte in salita, non era altro che uno stretto sentiero che serpeggiava intorno alla montagna. Nel bus qualcuno recitava un mantra che accelerava il mio battito cardiaco e la stizza di cadere di sotto.

I cinesi mangiano sempre, a tutte le ore. Già al mattino presto si fanno dei piattoni enormi di noodles in brodaglia o spiedini in salsa piccante. Il pane non esiste, sostituito egregiamente dal riso… sarà per questo che sono tutti così magri. Il problema è che mangiano continuamente anche quando sono in bus e poi, ai primi tornanti di montagna, vomitano in un sacchetto di nylon che saggiamente il conducente distribuisce alla partenza. E quello che vomita, non si sa perché, è sempre seduto dietro o di fianco a te.

In questi viaggi non è indifferente nemmeno il posto dove siedi, se per esempio in pulmino capiti dietro ad un autista che sputa frequentemente fuori dal finestrino (sputare è una passione dei cinesi), hai il tuo bel da fare, passi tutto il tempo del viaggio sperando che una folata di vento un po’ più forte non riporti dentro il suo sputo, esattamente su di te. Insomma, tra vomiti e sputi arriviamo alla mitica città.

Il mito di Shangri-La
Shangri-La è un luogo immaginario descritto nel romanzo di grande successo “Orizzonte perduto” di James Hilton nel 1933. Nel romanzo si parla di un luogo racchiuso nell’estremità occidentale dell’Himalaya nel quale si vedevano meravigliosi paesaggi, e dove il tempo si era quasi fermato, in un ambiente di pace e tranquillità. Shangri-La era organizzata come una comunità perfetta, dalla quale erano bandite, non per norma di legge ma per convinzione comune, tutta una serie di umane debolezze (odio, invidia, ira, avarizia, insolenza, ecc.) facendone un eden materiale e spirituale in cui l’occupazione degli abitanti era quella di produrre cibo nella misura strettamente necessaria al sostentamento e trascorrere il resto della giornata nell’evoluzione della conoscenza interiore e nella produzione di opere d’arte. 

Molte città sostengono di essere quella mitica descritta da Hilton, ma nel 2002 il governo cinese, per ovvi motivi economici, ha deciso di dare il nome di Shangri-La a Zongdian, che vanta un simpatico centro storico. Il turismo è ovviamente esploso e in dieci anni la città è stata completamente deformata, con l’area centrale strapiena di negozi di souvenir, ristoranti, alberghi, venditori ambulanti, ecc., e orde di turisti, prevalentemente cinesi, che si riversano per le sue vie in piena crisi fotocompulsiva.
Prendiamo una camera in centro e ci lasciamo trascinare dalla folla e dai balocchi, pensando che Shangri-La, al di là del mito, è proprio brutta.

Interno della casa tibetana che ci ha ospitato
per un tè, in primo piano il cesto
con lo sterco di yak per alimentare la stufa.
Cerimonia al monastero Chode Gompa.
“Strumenti d’orchestra” del monastero.

lunedì 24 settembre 2012

La figura del monaco


[Cina]  Siamo arrivati alla collina dove si effettuano i funerali a cielo aperto non sapendo che da lì a poco avremmo assistito ad un rito. Restiamo a giusta distanza per non disturbare e perché comunque non ce la farei a vedere da vicino quello che sta per succedere.
 
Un monaco attorniato da una dozzina di parenti del defunto inizia a benedire la terra, mentre dal bagagliaio di una jeep tirano fuori il corpo avvolto in un telo bianco e lo appoggiano a terra. Poco lontano il tomden, un altro monaco che funge da cerimoniere,  si prepara indossando una tunica azzurra e infilando un largo sacco bianco di plastica grossa che lega alla vita. Si avvia, lentamente, verso il cadavere, con un coltello in mano e un’ascia sulle spalle. 

Il morto è nudo, a pancia in giù sull’erba, e mentre il cerimoniere affila il coltello con un sasso, gli avvoltoi affamati sono tenuti lontani dai parenti. Non ci sono donne, solo uomini, qualcuno dei partecipanti fa delle foto.

Il tomden inizia a tagliare il cadavere, tutto il corpo viene aperto e quando ha finito lo squartamento e l’asportazione degli organi, si fa da parte, lasciando che gli avvoltoi si avvicinino famelici. 

Mi prende un forte crampo allo stomaco vedendo il centinaio di enormi uccelli che si gettano su quel corpo, in dieci minuti non rimane più nulla, solo lo scheletro. Il cerimoniere allora si avvicina alla carcassa, si siede, e con la sua accetta inizia a sminuzzare le ossa sopra una pietra bianca mescolandole con della farina d’orzo, mentre i parenti continuano a tenere a bada gli avvoltoi. Impiegherà oltre un’ora a romperle tutte. Ancora una volta, quando si sposta da quello che rimane del morto, i grandi uccelli si avventano sui resti, alla fine arrivano anche dei cani. L’atto di generosità nei confronti della natura si è concluso. 

Il tomden è l’ultimo a lasciare la collina. Mentre scende con l’ascia sulle spalle non vedo in lui niente di selvaggio, sento invece la sua grande fede, capace di giustificare azioni così forti. Non riesco a togliere lo sguardo da lui e lo seguo mentre scende al torrente per lavarsi a lungo.

Abbandonati l’accetta e il coltello sul terreno si avvicina alle centinaia di bandierine colorate, si toglie la tunica protettiva e la lega tra le preghiere, pronta per il prossimo rito. Recita un ultimo mantra e poi si siede nel cerchio, tra i parenti che stanno consumando un pasto.

Questa notte non ho dormito bene, e non solo perché siamo a 4000 metri di altitudine.  

Quando il monaco si fa da parte,
gli avvoltoi si avvicinano famelici al corpo.
 
Alla fine della cerimonia il tomden si toglie
la tunica azzurra e la pone tra le file di preghiere.

domenica 23 settembre 2012

I funerali a cielo aperto di Litang


[Cina]  Ieri mattina, dopo solo tre ore di sonno, siamo andati alla stazione degli autobus di Kanding sperando di prendere l’unico bus delle 6 per Litang, niente da fare, è stato sospeso. Subito ci offrono un passaggio in una grande jeep da sette posti con un prezzo  triplo rispetto al bus, trattiamo per 250 yuan a testa, un turista poi ci dirà che ne ha pagati 200, è così, c’è sempre chi paga meno di te. Dovevamo arrivare in 6 ore, invece ne abbiamo impiegate 13 per percorrere 290 km di strada sterrata e piena di fango, una velocità da ciclisti. Il viaggio è stato durissimo, sballottati da una parte all’altra della jeep con colpi alla testa e alla schiena e con le mani sempre attaccate ai sedili. Abbiamo valicato diversi passi il più alto dei quali a 4730 metri, con gli yak padroni assoluti del territorio. 

Ne è valsa la pena. Litang è una bella città tibetana, ancora più originale di molte città che abbiamo visitato in Tibet: paradossalmente i cinesi hanno distrutto i villaggi tibetani in Tibet e li hanno lasciati quasi inalterati in Cina. In albergo chiediamo informazioni sullo strano rito dei funerali a cielo aperto che avvengono in una collina vicina, di cui anche Tiziano  Terzani ne parla nel suo libro “La porta proibita”. Ci rispondono che la domenica non ci sono, ma non potendo rimanere qui un altro giorno proviamo comunque ad andarci. Quando siamo arrivati il rito stava per cominciare e quello che abbiamo visto è stata una delle cose più impressionanti di tutto il viaggio.  

Dopo il funerale siamo andati al monastero attraversando a piedi un villaggio fatto di case con mattoni contornati di bianco e mura di cinta coperte da piccoli fiori gialli. All’esterno delle case, attaccato al muro, viene messo ad essiccare lo sterco di yak usato per cucinare e riscaldare, si capisce che è secco dal fatto che si può staccare facilmente.

Arriviamo al monastero dell’ordine dei “Berretti Gialli” in tempo per assistere ad una cerimonia con tanto di tromboni e “orchestra”, in cui la morte, rappresentata da uno scheletro con la testa di cera, viene gettata sul fuco da un monaco bendato. Saliamo sul tetto per contemplare la città e le colline intorno, tutte più alte del nostro Monte Rosa… è stata decisamente una giornata indimenticabile.

I funerali a cielo aperto di Litang
Il drappo bianco viene tolto dal corpo mentre il tomden (un maestro di cerimonie religiose) affila il suo grande coltello. Fa un giro intorno a un piccolo monumento buddhista recitando mantra e poi comincia a tagliare a pezzi il corpo disteso sulla lastra di pietra. La carne viene tagliata in grossi pezzi, mentre le ossa e il cervello vengono frantumati e mischiati con farina d'orzo.

L'odore della carne attira un gran numero di avvoltoi che sorvolano impazientemente sul cadavere. Alla fine il tomden si fa da parte e i giganteschi uccelli scendono a terra impazziti dalla fame, divorano il corpo e lo trasportano in cielo a pezzetti.

Il funerale a cielo aperto (tianzàng) è un'antica tradizione funeraria del buddhismo tibetano che svolge una funzione sia spirituale che pratica. Secondo le credenze tibetane, infatti, il corpo è un semplice veicolo che permette di compiere il viaggio della vita; con la morte lo spirito lo abbandona e di conseguenza diventa inutile. Lasciare il proprio corpo in pasto agli avvoltoi è un atto finale di generosità nei confronti della natura e crea un legame con il ciclo della vita. Gli stessi avvoltoi sono venerati e considerati una manifestazione del dio Dakinis, che si ciba di carne.

Dal punto di vista pratico questo tipo di funerale è un sistema perfettamente ecologico per sbarazzarsi dei cadaveri, in una zona in cui c'è poca legna e spesso il terreno è indurito dal gelo.

Negli anni '60 e '70 i cinesi vietarono i funerali a cielo aperto. Fu solo negli anni '80, quando i tibetani riacquistarono limitati diritti religiosi, che vennero di nuovo legalizzati. Comunque la maggior parte dei cinesi di razza han considera questi riti funebri una pratica primitiva.

A Lhasa i turisti devono essere in possesso di un permesso speciale per poter assistere ai funerali a cielo aperto, invece nelle zone più remote del Sichuan è possibile partecipare, ma non è possibile scattare fotografie.

Un fuoripista per non rimanere bloccati nel fango.
Sterco di yak lasciato essiccare
sulle mura esterne delle case.
 
Funerale a cielo aperto,
centinaia di avvoltoi attendono intorno al corpo. 

sabato 22 settembre 2012

Intorno al Tibet


[Cina]  Come avevamo già detto in Tibet non possiamo andare. Non c’è solo la condizione che ci siano almeno cinque persone della stessa nazionalità per avere il permesso, stando comunque dentro un gruppo con tanto di guida al seguito, ma in questi due mesi il Tibet è completamente chiuso ai turisti.
 
Così lo abbiamo aggirato da sopra per visitare il Kham, una regione parte del Tibet storico, con gli stessi usi e costumi, che politicamente si trova in Cina, esattamente nella parte ovest del Sichuan e dello Yunnan. Oltre a trovarsi a quote elevate, le strade per raggiungere le varie località sono pessime, tutte sterrate e piene di fango, per percorrere anche solo 200 km si impiega un’intera giornata e se piove si rimane bloccati.

La strada ha paesaggi stupendi con sei passi da superare tra i 4300 e i 4800metri. Partendo da Chengdu in cinque o sei giorni visiteremo:
Kanding        (a 2616 m)
Litang           (a 4014 m)
Daocheng    (a 3740 m)
e infine approderemo alla mitica Sangri-la (a 3270 metri), nella provincia dello Yunnan.

Il viaggio inizia da Chengdu con un bus che dovrebbe impiegare 7 ore per arrivare  fino a Kanding. Fuori città c’è subito una fitta vegetazione con canne di bambù così alte che sembrano alberi. Ai lati delle strade ci sono delle stuoie stese per terra con il grano lasciato ad essiccare, le donne usano i rastrelli per sparpagliarlo bene. I tetti delle case sono cinesi con le caratteristiche tegole sottili e fittamente sovrapposte ai bordi dei quali spesso ci sono dei riccioli e qualche piccolo drago. 

Man mano che si avanza la strada si fa difficile, a tratti impraticabile e ad una sola corsia con conseguenti lunghe attese a causa del traffico alternato. Sul finestrino del bus si appoggiano i rami della vegetazione punteggiata qua e là da grandi felci. Si prosegue tra lo scorrere di villaggi con le pannocchie di granturco appese alle pareti esterne delle case, oppure appoggiate sui davanzali, al posto delle fioriere. 

Il bus sale lento la montagna, a suon di clacson, fiancheggiando un grande torrente con ponti in legno tesi tra fili d’acciaio che collegano i paesi alla strada principale. Dall’alto scendono piccole cascate d’acqua che spiccano tra il verde. Nelle lunghe attese per il traffico alternato si formano code infinite di camion e macchine, improvvisati venditori con i loro camioncini cucinano pannocchie per la gente in attesa. Inizia a fare buio, il nostro bus si ferma a riparare una ruota, ceniamo con le noci vendute sulla via.

Vicini a Kanding il bus ha ancora problemi, questa volta al motore. Dopo due ore un’altro bus ci prende a bordo e quando arriviamo in città è quasi l’una di notte, con ben 8 ore di ritardo. La ragazza alla guesthouse non vuole darci la stanza che avevamo prenotato e non capiamo il perché. Dopo un po’ di trattative alle 2 siamo finalmente a letto. La sveglia domani suonerà alle 5.30 per prendere il bus dell 6! Piove, fa freddo e andiamo a letto vestiti.

Si formano file di camion e macchine,
improvvisati venditori cucinano pannocchie.
 
200 Km di strada di fango.
Le bandierine tibetane sui passi.
Ristorante lungo la strada.