martedì 11 giugno 2013

La sindrome italiana e gli orfani bianchi

[Gerusalemme]  Raccontiamo oggi una storia che non c’entra con la Terra Santa e ci riguarda più da vicino. Ce ne parla Mira, la volontaria  rumena che ci ha accompagnato nella nostra casa. Mentre discutiamo sulla situazione della Palestina, con la disoccupazione salita alle stelle dopo la creazione del muro e gli stipendi da fame, lei replica che la situazione nel suo paese d’origine è ancora peggiore e ci descrive la situazione.

I prezzi degli alimenti in Romania sono uguali a quelli in Palestina (il 20% in meno di quelli italiani) ma gli stipendi sono la metà rispetto a quello che guadagna un palestinese. Qui molti hanno l’automobile, anche se vecchia di quarant’anni come le Fiat 127 o 131 che abbiamo visto, mentre tanti rumeni non se la possono permettere.

Una badante in Romania guadagna sui 200 € al mese, per questo emigrano in massa verso la Spagna, la Francia e soprattutto l’Italia, che risulta essere il paese più “badantizzato” al mondo. Ultimamente è esploso il problema degli “orfani bianchi”, cioè minori che vivono senza almeno uno dei genitori (quasi sempre la madre), affidati ai nonni o ad altri congiunti, e che manifestano patologie legate all’abbandono, fino al suicidio.

Colpiti da queste parole facciamo una veloce ricerca in internet che ci permette di chiarirci le idee. Il fenomeno riguarda soprattutto la Moldavia, la regione a nord-est della Romania, con 100 mila ragazzi che vivono senza almeno uno dei due genitori, 20 mila sono affidati ai nonni ed ad altri parenti  e almeno mille vivono praticamente da soli. Su una popolazione di 3 milioni e mezzo di abitanti questi dati descrivono la gravità del problema.

La mancanza dei genitori genera in questi bambini forti problemi psicologici come la depressione, soprattutto quando vengono abbandonati a conoscenti poco raccomandabili dove subiscono maltrattamenti e violenze, oppure quando vengono tolti ai nonni perché le pratiche per l’affidamento non sono state fatte in modo regolare. Per sopperire alla loro assenza i genitori spesso viziano i figli rimasti a casa con regali costosi come cellulari, computer e vestiti firmati, che non fanno altro che peggiorare le cose. Il numero di suicidi tra questi adolescenti è in forte aumento.

A questo fenomeno se ne aggiunge un altro che contribuisce a lacerare ulteriormente le società di paesi come la Moldavia, la Romania e l’Ucraina. Viene denominato “sindrome italiana”, nome coniato nel 2005 da due psichiatri ucraini per spiegare la depressione dilagante tra tante donne tornate in patria dall’Italia, dove per anni avevano lavorato come badanti, spesso per 24 ore al giorno. Queste madri che per molto tempo hanno avuto un ruolo fondamentale all’interno del nucleo familiare sostenendolo economicamente, tornando faticano a reinserirsi e a recuperare il rapporto con i figli spesso deteriorato. Il passo da questo disagio alla depressione è breve. 

I dati dicono che siamo di fronte ad uno scontro tra due crisi strutturali contrapposte. Da una parte c’è il nostro paese che ha demandato il lavoro domestico e la cura degli anziani a donne provenienti prevalentemente da altri stati come l’Ucraina, le Filippine e la Moldavia (secondo i dati del Ministero del Lavoro in Italia ci sono poco meno di un milione di collaboratori domestici, per la quasi totalità donne), dall’altra ci sono dei paesi dell’Europa dell’Est dove le famiglie si scindono per risolvere i problemi che le nostre famiglie non sono più in grado di gestire da sole, con forti ricadute sui figli.

Il libro uscito recentemente della rumena Ingrid Beatrice Coman, “Il villaggio senza madri”, edito da Rediviva, racconta alcune di queste storie.

Per Moldavia si intende normalmente una vasta regione che 
comprende sia la Repubblica di Moldavia (sopra) che la Romania 
nord-orientale, chiamata Moldavia Rumena

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