giovedì 13 giugno 2013

Ma cosa facciamo noi a Betlemme?

Fin dall’inizio del nostro viaggio avevamo pensato di finire con un periodo vicino alla fantastica Gerusalemme, cercando magari di renderci utili in qualcosa. Qui ci chiamano “volontari”, ma non è così: noi siamo venuti per scoprire, per imparare, per capire ancora meglio le situazioni, i luoghi e le persone.

In questo viaggio ci siamo resi conto ancora di più che c’è un abuso della parola “volontario”. A volte viene usata per quelli che si rendono disponibili ad andare a lavorare in situazioni difficili, ma con un notevole aumento dello stipendio, come gli operatori umanitari di grosse organizzazioni internazionali, oppure i militari che scelgono di andare all’estero.

Paradossalmente, invece, i veri volontari, quelli che lavorano in silenzio, magari senza percepire denaro o ricevendo solo il necessario per la sopravvivenza, sono considerati delle persone strane, quasi dei matti, perché escono dallo schema “lavoro = denaro” e la gente non li capisce. Di queste persone ce ne sono tante non solo all’estero, ma anche in Italia, se un giorno dovessero decidere di scioperare tutti insieme sarebbe un disastro, dovremmo almeno avere il coraggio di chiamarli con il loro nome: veri volontari!

Chiarito il fatto che noi non siamo dei volontari nel vero senso della parola, possiamo descrivere come passiamo il tempo a Betlemme. Per il momento siamo nell’Istituto Cattolico Sant’ Antonio, dove si trova un asilo e una casa di riposo con una trentina di anziani. Per alcune mattine della settimana il loro numero raddoppia perché altri dall’esterno vengono qui a trascorrere mezza giornata: ballano, giocano a carte, mangiano un pasto decente e poi verso l’una vengono riportati a casa.

Noi stiamo un po’ con loro e nel resto del tempo aiutiamo in cucina, oppure in lavanderia, seguiti dalla mitica Suor Caterina dell'Ordine delle Giannelline, una suora di origine giordana di circa 65 anni che insieme ad altre tre si occupano dell'ospizio. La sua dedizione, la sua pazienza e il suo impegno ci hanno colpito fin dall’inizio. Ogni mattina, di ogni giorno dell’anno, si alza alle cinque e scende subito in cucina, dove rimane fino alle sette di sera, a parte qualche pausa di preghiera con le altre suore. Dice timidamente: “Però, talvolta mentre prego mi capita di addormentarmi!”

Gli anziani sono una vera sorpresa, la maggior parte parla più lingue, spesso l’inglese e il francese, altre volte il tedesco, e danzano benissimo. Una vecchietta arrivata da pochi giorni mi dice: “Portami a casa, non voglio rimanere qui, posso arrangiarmi ancora, mio fratello è stato cattivo a lasciarmi in questo posto!” Un altro è un ex insegnante di inglese in carrozzella, paralizzato su tutta la parte destra del corpo, parla lentamente ma benissimo e corregge spesso il mio inglese. Mi racconta del muro e dice: ”Con sofferenza ho visto crescere il muro intorno alla mia città, me ne andrò con questa tristezza nel cuore ma sono ottimista perché tutti i muri cadono prima o dopo”.

La visita all’istituto dei bambini con handicap, dove dovremmo andare nei prossimi giorni, non è facile. Vedere tanti piccoli con grossi problemi fisici e mentali fa male. Chiediamo a Mira perché ce ne sono così tanti. Ci racconta che a causa del muro e delle colonie i villaggi palestinesi rimangono isolati e i matrimoni avvengono tra consanguinei.

Per il momento abbiamo mezza giornata libera e questo ci permette di girare Gerusalemme.

Stendo i panni
Aiuto in cucina, e Ruggero?...
...balla!

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